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Le polemiche sull’unità. Italia: 150 anni, portati non troppo male

Tra l’altro, a proposito di date, mi sono sempre chiesto perché il 17 marzo non sia festa nazionale. È il compleanno del nostro Paese, dunque l’unico giorno titolato ad esserlo, ben più del 25 aprile o del 2 giugno, che ricordano eventi importanti ma di divisione, e persino del 4 novembre, anniversario di una vittoria non immune da contestazioni. Che non si ricordi il momento in cui lo Stato italiano è nato, nel 1861, è indice della nostra scarsissima sensibilità civica: ci sentiamo poco italiani, almeno nel senso di membri di un’unica comunità, figli di una stessa patria. In una parola, la più efficace, quella dell’inno, non siamo ‘fratelli’.
Certi sentimenti non si possono imporre per legge, si può solo inocularli sul piano culturale, con pazienza e cautela, altrimenti si trasformano in mode passeggere, tendenze o ‘trend’ (a noi italiani piace usare parole straniere senza conoscere le lingue). E se non si sfruttano quale spunto di riflessione occasioni simboliche come il 150°, di queste cose non se ne parlerebbe mai: ecco perché la polemica da cui siamo partiti ha una sua utilità, pur essendo tutt’altro che nuova (anzi, è antica quanto l’Italia, visto che le nostre divisioni intestine sono consustanziali al processo unitario).
Solitamente, il sentirsi italiani è legato a immagini d’occasione, per esempio le partite della nazionale, oppure a vieti stereotipi come canzonette, sole e mare, spaghetti al pomodoro, magari appena ammodernati, tanto per darci un tono: ‘la dieta mediterranea è una panacea, ecco perché abbiamo l’aspettativa di vita media quasi più alta al mondo’. Di modi di dire simili se ne può sorridere, ovvio, però clima e alimentazione sono cose importanti per le persone. Non a caso sono gli stranieri che arrivano nel Belpaese le apprezzano tanto e noi stessi, per innamorarci dell’Italia, abbiamo bisogno di vederla da turisti, girandola senza troppi problemi. In questi ultimi tempi in libreria si assiste a un profluvio di diari di viaggio (da Giorgio Rumiz a Marcello Veneziani, Mario Tozzi, etc.), scritti in chiaroscuro ma dai quali emerge la straordinaria bellezza naturale e artistica italiana. Quella che, per usare un altro stereotipo, ci consente di dire che deteniamo la maggioranza dei beni culturali di tutto il mondo.
Anche qui, il discorso è ambivalente: orgoglio ma anche preoccupazione. Avere un patrimonio simile in casa significa inevitabilmente non apprezzarlo e, purtroppo, mantenerlo in un modo disastroso. Ma è davvero possibile liberarsi da certe contraddizioni e immaginare un’identità italiana tutta in positivo? Perché, i nostri vicini o lontani americani, francesi o tedeschi non hanno ombre?
Se guardiamo con attenzione ai Paesi che ammiriamo invidiosi, ci accorgiamo che anche lì il patriottismo poggia su valori non molto più preziosi dei nostri. Gli Usa festeggiano il 4 luglio (ma anche altre ricorrenze come il Thanksgiving Day o Halloween) con una particolare enfasi, che deriva dal loro carattere piuttosto sempliciotto. La nostra tendenza al mugugno e alla rissosità, però, è l’interfaccia di una maggiore complessità di pensiero, aspetto culturalmente non disprezzabile. E comunque, tra la pizza verace e il tacchino o il barbecue yankee la differenza qualitativa è tutta a nostro favore.
E i tedeschi? Ai nostri occhi appaiono i campioni dell’appartenenza, della disciplina e dell’onestà. Eppure hanno un sistema iper-federale e due distinte parole, Heimat e Fatherland, che rimandano a idee ben diverse di patria: una alta e l’altra bassa o, meglio, ‘vicina’. Un’ambivalenza molto simile al faticoso tentativo del nostro centrodestra di affiancare il nazionalismo conservatore al localismo leghista.
E anche i nostri cugini francesi, con la Bastille e la loro grandeur… Sono bravissimi a tirarsela, ma anche la loro storia, dalla Rivoluzione a Vichi, è macchiata quanto la nostra di dissidi, rivalità, risse, faide e sangue ‘dei vinti’, per dirla alla Pansa. E per tornare al cibo, la gamma eno-gastronomica nostrana non ha nulla da invidiare a quella di baguette, formaggi e vini d’Oltralpe.
Insomma, non lamentiamoci troppo. Cose che non vanno in Italia ce ne sono moltissime e dal prossimo articolo riprenderemo a parlarne. Ma per una volta, citando Giorgio Gaber, limitiamoci a dire: ‘Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono’.
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