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Liberi di comunicare?

Di Francesca Lippi

Diceva un vecchio adagio “fatta la legge, trovato l’inganno”. La querelle sul Ddl Alfano circa la pubblicazione delle  intercettazioni, ha anche una componente di raggiro delle regole a cui oramai la cittadinanza probabilmente ha fatto il callo. Chi non ricorda, per esempio, lo stupore dell’opinione pubblica di fronte allo scandalo del 2006 riguardo alle intercettazioni Telecom? E quanti sono quelli che sono rimasti a bocca aperta per il servizio semi-serio di “Fabio e Mingo” intenti, nel 2009, a trafugare documenti riservati dal Tribunale di Bari? Le mode, evidentemente, muoiono velocemente.

Andrebbe ricordato ai più che una “legge bavaglio” esisteva già nel 2006 e che questa è stata creata al fine di apportare “disposizioni urgenti per il riordino della normativa in tema di intercettazioni telefoniche”: il fatto incontrovertibile è che, fino ad ora, è stato sempre disatteso. Si dovrebbe notare che il mondo della politica tutto, da circa due anni, sta cercando di mettere un freno all’abuso di potere dimostrato dalla stampa fino ad ora. Prova ne è lo stesso programma elettorale proposto dal Partito Democratico nel  medesimo anno, secondo il quale prometteva “il divieto assoluto di pubblicazione di tutta la documentazione relativa alle intercettazioni e delle richieste e delle ordinanze emesse in materia di misura cautelare fino al termine dell’udienza preliminare, e delle indagini". Questo allo scopo di "tutelare i diritti fondamentali del cittadino e le stesse indagini, che risultano spesso compromesse dalla divulgazione indebita di atti processuali".

In questi giorni L’Onu ammonisce l’Italia per la proposta di decreto in quanto "se adottato nella sua forma attuale potrebbe minare il godimento del diritto alla libertà di espressione in Italia", ma la terza sezione della Cassazione penale con la sentenza 23356/01 stabilisce proprio che non esiste, nella Carta Costituzionale, alcuna libertà di pubblicare tutto quanto presente all’interno di carte e fascicoli processuali. I giudici della Cassazione penale, infatti, trovano all’interno dello stesso articolo 21, al sesto comma, i limiti del “buon costume”, identificato dalla Corte costituzionale con la sentenza 293/2000, con il rispetto della dignità della persona  che deve prevalere su quello di cronaca. Se la Costituzione è davvero ancora “giovane e bella” come si leggeva in alcuni manifesti anni fa, allora bisognerebbe iniziare a prenderla in considerazione nella sua interezza.

Come detto in precedenza, però, è probabile che si trovi una qualche soluzione per raggirare l’ostacolo, come si è fatto fino ad ora. Da questo punto di vista la Rete corre in soccorso come fonte preziosa di materiale. L’Unità, tramite la penna e la tastiera di Ilaria Donatio, ci fornisce un bell’esempio di come si stia evolvendo un giornalismo oramai povero di idee e forse inflazionato. Per essere più precisi la Donatio non fornisce altro che il mero “copia-incolla” di una chattata fra un ipotetico “sacerdote” a cui piacciono gli uomini e un tale “x”. Non ci è dato sapere se la telematica conversazione sia reale,  né se i due interlocutori esistano davvero, tanto è che, se costretti a comunicare a distanza senza correre il rischio di bulgari processi mediatici, non ci rimane che avvalerci dell’algoritmo di criptazione proprietario di Skype. Ma a quanto pare dalle ultime notizie, non ci sarà più concesso nemmeno quello.

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Scritto da Lippi Francesca   
Mercoledì 14 Luglio 2010 10:39
 

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