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A proposito di pluralismo...

Il 25 aprile è passato, il v-day pure, e finalmente arriviamo alla fine di una campagna elettorale cominciata troppo tardi e terminata troppo tardi. E fare la contabilità politica nel mondo giornalistico conta quel che conta. Eppure qualche domandina possiamo porcela. Ad esempio, ed è un esempio volutamente sciocco: perché nei giornali e in generale dei media “non di sinistra” fa figo, se proprio non fa comodo, avere dei giornalisti di sinistra?

E perché il contrario (mettete voi: un Buttafuoco a Repubblica, scusate ma mi vien già da ridere) non è mai accaduto e, è facile pensare, non potrà mai accadere? Perché non esiste la reciprocità nella legge dei vasi comunicanti della cultura e dell’informazione? La risposta è fin troppo semplice, e rimanda all’idea che, così come il mondo politico, quello intellettuale, non siamo tutti sullo stesso piano.

Il giornalista di sinistra è per sua stessa natura socialmente impegnato, intellettualmente dotato, eticamente corazzato. Il suo dirimpettaio ideologico è socialmente disimpegnato, intellettualmente limitato, eticamente disgraziato. E un esame, pure superficiale, dei percorsi di carriera di qualche redazione, prendi il Corriere della Sera (o qualche rete Mediaset), conferma che la teoria dei due piani funziona come criterio di ingresso e di carriera nel giornalismo che conta.

Non ci possiamo far niente. Come nell’eterna riproduzione di un film di Paolo Virzì, anche nel giornalismo ci sono due Italie che si trovano l’una di fronte all’altra. E dunque ci sono due modelli di antropologia giornalistica secondo cui, se nel “fronte” opposto alla sinistra c’è qualcuno con cui si può ragionare, qualcuno a cui concedere cittadinanza nel mondo del giornalismo che conta, è certo un transfuga, un ex sodale di battaglia, un compagno che oggi sbaglia ma trent’anni fa stava dalla parte giusta, uno con cui perlomeno si possono condividere i ricordi della giovinezza che stinge ma luccica ancora nel proprio intimo.

Insomma, quelli che si chiamano per nome, come nella scena della padella di Sordi e Gassmann ne La Grande Guerra, erano compagni e sono rimasti amici. Per gli altri no, ancora no, non c’è posto nel salotto buono, e forse neppure nell’anticamera, perché ci sono ancora patenti da conquistare, legittimità da consolidare, standard professionali da rispettare, credibilità da dimostrare, strade da asfaltare prima di giungere nella terra promessa in cui il giornalismo è giornalismo, è quello che è e non una metrica dello schieramento, è un’attività professionale e non una scelta di posizionamento ideologico (seppur idealmente ed eticamente orientato, sennò saremmo animali da traino informativo…).

E agli amici di “Lettera 22” consegno una constatazione amara: troppo tempo dovrà ancora passare perché il giornalismo italiano divenga lo specchio di un paese normale. Normale per davvero, non come voleva quello con i baffetti che ha perso le elezioni.

A proposito di pluralismo...
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Articoli - Carta Stampata
Scritto da Angelo Mellone   
Sabato 26 Aprile 2008 09:03
 
 

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