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È morta una persona buona. Era anche un giornalista. Un bravissimo giornalista.
Si chiamava Nicola Navazio, era amico di tanti, era un uomo generoso, semplice, pulito. Da più di vent'anni svolgeva con dignità e competenza, ma senza le soddisfazioni che avrebbe largamente meritato, la sua professione, a tempo pieno ed esclusivo. Ciò nonostante, era riuscito, e a malapena, ad ottenere il tesserino di pubblicista: senza contratti, senza praticantati, senza tutele. E, paradossalmente, doveva essere anche grato a chi, comunque, gli assicurava il pane quotidiano.
Certo, oggi che a questa persona è stato fatto un funerale in una chiesa stracolma di amici in lagrime, poco contano le riflessioni amare su una vita professionale tanto gloriosa quanto maltrattata. Ma un pensiero su questo argomento scabroso, che ha troppo amareggiato in vita Nicola Navazio e che non è per nulla estraneo alla sua immatura fine, bisogna pur farlo: un pensiero che aggiunge tanta amarezza al dolore per la perdita di una persona cara, di un collega da rimpiangere, di un amico insostituibile.
Nicola Navazio ha bussato a tante porte, per vedersi riconoscere qualcosa, un minimo di quello cui aveva diritto morale e professionale: ma la sua dignità gli ha sempre impedito di entrare nelle perverse logiche che oggi presiedono a questo lavoro.
Così se ne è andato Nicola Navazio, lasciando un vuoto incolmabile e un rimpianto sincero nei suoi colleghi veri e nei suoi amici fedeli, mentre indifferenti, ieri come oggi, sono rimaste le istituzioni: quelle municipali -cui Nicola ha reso sempre il suo servizio di cronista attento, puntuale e responsabile-, e soprattutto quelle professionali. Rimarrà loro la vergogna di avere ignorato, ieri come oggi, un uomo leale, un collega di valore, un professionista vero.
Giacomo Carioti
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