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Contributi all’editoria: servono sostegno ai “piccoli” e veri incentivi all’occupazione

Il governo sta per varare il nuovo regolamento sull’erogazione dei contributi all’editoria. La data di scadenza per la presentazione del testo definitivo dovrebbe essere il 30 di settembre. Quando si tratta di “contributi all’editoria” non si parla di soldi regalati ai partiti o alla “casta”, come da semplificazioni note, bensì di sostegno alle iniziative editoriali che garantiscono la pluralità dell’informazione e opportunità di occupazione in un settore altrimenti in crisi.

I contributi vanno ai giornali di partito come alle grandi testate commerciali e a quelle di proprietà di cooperative di giornalisti. Ci sono stati abusi di questi contributi, come in ogni altro settore, ed è giusto e necessario, trattandosi di fondi pubblici, che i parametri di concessione siano ristretti e le verifiche più puntuali. Ma ci sono alcuni punti da chiarire.

Il progetto del governo prevede una riduzione del contributo dal 60 per cento delle spese al 50 per i quotidiani e dal 50 per cento al 30 per i periodici. Se i contributi vogliono sostenere la pluralità dell’informazione non ha senso penalizzare ulteriormente chi non ha alle spalle grossi gruppi economici, chi si autorganizza e chi fa approfondimento attraverso i periodici. Ridurre il numero di testate indipendenti (indipendenti anche dalle Grandi Famiglie) e la possibilità di ottenere un contratto giornalistico fuori dal club ristretto dei quotidiani affermati, non tutela la pluralità dell’informazione e la vocazione all’indipendenza dei giornalisti che non si accontentino di “attaccare il ciuccio al carro del padrone”.

Fissare per i periodici un tetto di contributo ai costi a 300mila euro è un ulteriore azzoppamento. Per avere 300mila euro di contributo a fronte del 30 per cento dei costi dovrei avere 900mila euro di costi, il che per molte testate medio-piccole significa esporsi al rischio di fallimento oltre che alla tentazione di spendere più del necessario… E’ giusto fissare come parametro per accedere al contributo un numero minimo di giornalisti e poligrafici assunti a tempo indeterminato – cinque per i quotidiani, tre per i periodici – e minacciare di ulteriori taglie chi non raggiunga la quota minima. Difficile è considerare la minaccia di una giusta penale come “disposizione per favorire lo sviluppo dell’occupazione nel settore”.

Se io ho cinque giornalisti a tempo indeterminato in un periodico, a fronte del taglio al contributo sarò costretto a licenziare quelli che eccedono la quota minima. Un incentivo non è una penale, bensì una norma che tuteli l’occupazione già esistente spronandomi ad aumentarla. Avrebbe più senso una defiscalizzazione o una norma premiale per chi impiega di più. Se io uso il contributo per pagare più stipendi assolvo ad una funzione sociale oltre che politica e professionale. La riduzione del carico fiscale o contributivo potrebbe essere considerato un “contributo indiretto”.

Spero che altri colleghi parlamentari e giornalisti condividano queste mie considerazioni e sollecitino il governo a prenderle in considerazione e invito le associazioni di categoria a fare altrettanto. Le intenzioni del “riordino” sono sacrosante, ma cerchiamo di non buttare anche qualche bambino insieme all’acqua sporca.

Contributi all’editoria: servono sostegno ai “piccoli” e veri incentivi all’occupazione
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Articoli - Sistema delle comunicazioni
Scritto da Marcello de Angelis   
Mercoledì 24 Settembre 2008 19:44
 
 

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