| Omeopatia, informazione malata? |
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La risposta non si nasconde certo nei fatturati delle aziende. Per quanto il mercato italiano - con i suoi 300 milioni di euro - è il terzo mercato europeo dopo Francia e Germania, rappresenta tuttavia appena l’1% del mercato farmaceutico. Un’opinione assai diffusa, non solo tra i medici, è che non esistano prove convincenti sull’efficacia dell’omeopatia, ma che si tratti di una manovra commerciale che sfrutta l’effetto placebo. Un secondo luogo comune è quello che assimila l’omeopatia alla pranoterapia o ad alcune pratiche orientali. Obiezioni che non colgono la complessità e la realtà del fenomeno, per molte ragioni. Perché le scarse notizie che sfuggono all’attenta opera di disinformazione tendono a confondersi nell’enorme calderone di dati, comunicazioni e messaggi che sommergono i medici e i ricercatori in campo biologico e terapeutico. Perché l’esperienza e la letteratura omeopatiche sono state confinate spesso in un mondo a sé stante, difficile da giudicare secondo le categorie della medicina moderna. Perché la materia non è insegnata nelle università e, dove lo è, assume connotazioni quasi carbonare. E delle due, l’una: o nel resto del mondo, Europa compresa, vivono e prosperano milioni di ingenui oppure noi pecchiamo di troppa malizia. Alle alchimie speculative, poi, si devono aggiungere una buona dose di confusione organizzativa e, a parte casi rari, la mancanza di una didattica qualificata. Il Journal of Clinical Epidemiology, testata scientifica prestigiosa e di sicura affidabilità, ha pubblicato tempo fa le conclusioni di una ricerca sui lavori che sono stati negli ultimi mesi oggetto di contestazione e di dibattito sul tema dell'omeopatia e della sua efficacia. La sconsolante conclusione è che i dati scientifici possono essere manipolati per farci credere di tutto, per ottenere un impatto commerciale o per impedirci di credere a cose che vadano in conflitto con gli interessi dominanti. Questo vale sia che si parli di omeopatia, che di febbre suina o di rapporto tra cancro e alimentazione. La speculazione prodotta a suo tempo dal maggiore quotidiano nazionale sul caso del ragazzo deceduto perché in cura da una “omeopata” (in realtà un non medico) è esemplare. Il fatto di aver posto nell’edizione cartacea del mattino, e in due pezzi delle edizioni on line, questo riferimento alla "omeopata" che provoca morte non ha fatto che indurre il sospetto che tutti i medici omeopatici siano “criminali” che provocano danni. Se il titolo di apertura della pagina fosse stato "Cardiochirurgo islamico uccide il paziente" ci si sarebbe a buon diritto alzati per difendere gli islamici a non essere marchiati e confinati in una sub categoria. Si ha quasi la sensazione che ormai si tratti di un tema a orologeria, inserito nella programmazione editoriale come un dovere istituzionale. O come una pubblicità. La campagna stampa pretestuosa organizzata dopo la metanalisi pubblicata su Lancet è, come si suol dire, emblematica. In conclusione. Nonostante la bassa macelleria mediatica, si configura un panorama ricco di innovazioni e di opportunità, ma ancora confuso, che necessita di alcune condizioni di base. Una informazione, e una normativa, chiare e organiche in materia: una legge ancora in vigore solo in Italia, non permette che sulle confezioni dei medicinali omeopatici siano riportate la posologia e l’indicazione generica per l'uso, in modo che il paziente sappia quale cura stia effettuando, così come avviene in tutti i Paesi europei; da molti anni inoltre non sono autorizzabili nuovi medicinali e addirittura la loro pubblicità è proibita in ogni forma. Si rende poi necessaria l’integrazione tra i medici delle medicine non convenzionali e il sistema medico dominante attraverso l’introduzione dell’insegnamento della medicina omeopatica nei programmi delle facoltà di Medicina e Farmacia. Ferme restando alcune garanzie fondamentali: la libertà di scienza e di ricerca, la libertà terapeutica del medico, il diritto di autodeterminazione del paziente. |
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