| GIORNALISTI RADIOTELEVISIVI . NON PIU’ CONTAMINUTI MA PIU’ CONTENUTO |
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INTERVENTO DI STEFANIA GIACOMINI AL CONGRESSO FNSI, 11 -15 GENNAIO 2010 Cari Colleghi prima di tutto esprimo la solidarietà nei confronti della Cuffaro del Tg 3 e della sua troupe aggrediti nei violenti scontri a Tunisi, esempio di giornalisti impegnati alla ricerca della verità e che rischiano la vita. Il mio intervento guarda al tema del Congresso ‘Il giornalismo e le sfide di cambiamento’. Vorrei riflettere su alcuni concetti toccati dal presidente del Senato Schifani:
Tutto ciò rimanda al concetto di ‘giornalismo etico’ di cui ha parlato il Presidente IFJ, ilcollega Jim Boumelha la cui federazione che presiede rappresenta 50 milioni di giornalisti nel mondo: ‘ un giornalismo etico di alto livello però non è facile -cito le sue parole- da imporre nel mezzo di questi rapidi cambiamenti tecnologici mondiali il cui scopo, soprattutto per gli editori, è quello economico e commerciale. Jim ha auspicato che la FNSI continui nella sua lotta per la libertà e dignità professionale: belle parole che rischiano di restare sulla carta se non ci si muove in maniera più concreta. Intanto ieri sera sono rimasta perplessa per ciò che è accaduto e che ha costretto molti delegati -circa cento- ad abbandonare la sala congressuale. Mi auspico che resti un episodio isolato e che il dialogo e il confronto prevalgano in futuro affinché la pluralità di opinione non resti un concetto astratto. Ha ragione Roberto Natale segretario FNSI quando ha invitato il Governo nella persona del Presidente del Senato Schifani a muoversi per salvare il destino di colleghi meno fortunati di noi, circa il 50 percento dei 27 mila lavoratori autonomi, che percepiscono un reddito di 5 mila euro l’anno. In ballo però non ci sono solo retribuzione e occupazione, ma il futuro della nostra professione. La si può salvare – a mio avviso – solo con l’informazione di qualità. Sono qui per lanciare un grido di allarme sul rischio che la nostra professione possa finire -se non è già è terminata. Il suo ruolo, la sua vocazione dovrebbero essere quella di informare nel modo più oggettivo possibile i nostri telespettatori. È la vocazione tra l’altro più consona all’emittente di stato –la Rai- nella quale lavoro da circa 30 anni. L’oggettività però non si misura in termini di ‘minuti’ e ‘secondi’ concessi in egual misura all’esponente di maggioranza e a quello di minoranza. Ormai siamo arrivati alla parossistica situazione in cui i nostri dirigenti ci assillano per avere servizi con le interviste di esponenti politici di diversi partiti la cui durata deve essere uguale. Già uguale, ma noi non siamo ‘i contaminuti’ -siamo coloro che rivolgono domande, raccolgono risposte e valutano ciò che è stato dichiarato: ovvero se la dichiarazione ha un suo significato rispetto al tema affrontato, se è comprensibile al pubblico. Insomma, facciamo i giornalisti. Badiamo o dovremmo badare più al concetto e al contenuto, e invece la preoccupazione principe dei nostri capiredattori, vicedirettori e direttori è quella di sapere “quanto è lunga la battuta, mi raccomando – si sente spesso nei corridoi - non più di 30 secondi per tutti gli intervistati”. Indescrivibile l’imbarazzo e le difficoltà a cui noi redattori andiamo incontro nel nostro lavoro quotidiano. E il rischio è di far dire cose banali a tutti, svilendo l’informazione politica e più in generale l’informazione. Magari banalizzandola e rendendo così il servizio politico noioso poco attraente per il pubblico che si allontana sempre più dall’informazione televisiva e da questi argomenti. Parliamo di adulti, ma anche di giovani che vivono in una dimensione parallela a quella dei genitori e in particolare molto spesso ignorano le molteplici realtà del nostro paese. Il rischio -se non è già una realtà- è lo scollamento generazionale (con l’aggravante che molti di loro stentano a trovare lavoro: è di qualche giorno fa il drammatico dato di quasi il 30 percento di giovani che non riescono neanche ad entrare dentro il circuito lavorativo). Di questa situazione siamo in parte responsabili anche noi che non ci siamo sinora ribellati a questa situazione di informazione monitorata con il cronometro: il rigido controllo dell’Osservatorio di Pavia tocca noi giornalisti delle testate Rai e i programmi di approfondimento delle reti, le cronache poi registrano episodi di parzialità con tanto di polemiche e contro polemiche proprio durante tali trasmissioni, più rari gli episodi di sbilanciamento durante la messa in onda dei telegiornali. E allora ci si chiede perché questo monitoraggio privilegia l’aspetto quantitativo quando risulta che lo scopo dalla nascita dell’Osservatorio nel 1994, nel giro di due anni, è decisamente cambiata. A partire dal 1996, ai monitoraggi puramente quantitativi si affiancano progetti di ricerca qualitativa che analizzano in profondità alcuni aspetti della comunicazione mediatica. Fra i partner con i quali l’Osservatorio di Pavia ha collaborato nel corso degli anni: lo IULM, l’Università Cattolica di Milano, il Ministero del Tesoro, il Ministero dell’Ambiente, l’Istituto Superiore di Sanità, l’ENI, il CNEL, l’Abacus. Mi auguro che in questo congresso si possa affrontare anche questa mia breve proposta per garantire uno standard di qualità della nostra professione. Vorrei continuare a svolgerla in tranquillità per offrire più contenuti e non essere più ‘contaminuti’ o ‘contasecondi’. |
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| Scritto da Lippi Francesca | |||
| Giovedì 13 Gennaio 2011 20:14 | |||
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