| Intervento di Pierangelo Maurizio, durante il Congresso FNSI |
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Più sotto l'intervento di Pierangelo Maurizio, avvennuto nell'ultima giornata del 26° Congresso della FNSI tenutosi a Bergamo dall'11 al 15 gennaio: anche lui, come altri colleghi, è stato invitato a parlare durante una seduta "notturna", conseguenza forse di una gestione approssimativa del Congresso, durante il quale gli interventi sono stati compressi e non coordinati. Pierangelo Maurizio: "Buongiorno a tutti. Anche se io son qui che parlo ritengo allucinante che tanti interventi vengano relegati alle 2-3 di notte. Ogni intervento è sacro e dovrebbe avere una platea adeguata. Sorvolo sulle modifiche dello Statuto. Ricordo solo a Giovanni Negri, Guido Besana e ad altri colleghi che le modifiche al Consiglio nazionale – io c’ero – sono state approvate da 52 colleghi, meno della metà dei membri del Consiglio. Qui avete deciso che cosa cambiare e come cambiare nelle regole del gioco in 209. Ogni tanto ricordatevi che cosa rappresentano questi numeri in proporzione alla categoria. Non scambiamo, tutti quanti, la democrazia sindacale per democrazia muscolare. In questi quattro giorni sono state dette molte cose importanti ma a me sembra che, complessivamente, siamo fuori dal mondo. Abbiamo speso due giorni per decidere se togliere un consigliere all’associazione del Molise. Ma cosa diciamo della Rai, la più grande industria culturale in Italia, che tra poco – se continua così – porterà i libri in Tribunale? Altro che cacciare il direttore generale Masi, magari fosse questo il problema… Dovremmo chiedercelo, non fosse altro perché – fatevi due conti – questo sindacato si regge ormai sulla Rai. Ma sono anche successe molte cose interessanti. Purtroppo non c’ero il primo giorno, quello della passerella degli editori. Però ho visto la rassegna stampa. E ho scoperto che è accaduta una cosa mai vista: l’articolo di Repubblica su quella prima giornata è identico a quello del Giornale... Ohibò, e come mai, caspiterina? Forse perché tutte le aziende sono alle prese con i prepensionamenti e dunque le cose vanno affrontate in un certo modo? Tecnicamente dicesi “soffietto”: tanto che il collega di Repubblica che ha dovuto scrivere quell’articolo, giustamente, non lo ha firmato. Ma ancora più interessante è quello che c’è scritto. Leggo sempre da Repubblica che cosa ha dichiarato qui l’ingegner De Benedetti: “”Chiedono (ndr, i giornalisti) più soldi per lavorare sul web, io penso invece che dovrebbero ringraziare gli editori che gli danno una maggiore visibilità…”. Hanno una maggiore visibilità anche i 90 colleghi messi fuori dalle testate dell’Ingegnere? Che cos’è questa, presidente Natale, se non la manifestazione di una mentalità da padrone delle ferriere? E dov’era il “sindacato dalla schiena dritta”, che risponde colpo su colpo, quando l’Ingegnere ha pronunciato queste parole? Non avete detto “a”. Ogni tanto ricordatevi che questo è il sindacato dei giornalisti... Al Consiglio nazionale avevo detto che la modifica dello Statuto rischia di essere un’operazione gattopardesca, per non cambiare nulla. Temo, per come stanno andando le cose, di avere ragione. Bisogna invece avere il coraggio di affrontare il cuore del problema. E il problema numero uno del nostro sindacato, il sindacato unico dei giornalisti, è la mancanza di pluralismo, di democrazia sindacale vera. Le posizioni che non fanno parte della musica che vi cantate e suonate semplicemente restano ignorate. A proposito di pluralismo… qui è intervenuto il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, e la cosa mi ha fatto molto piacere. Il delegato della Uil era qui più o meno a titolo personale visto i vincoli di amicizia con alcuni vertici della Fnsi. Presidente Natale, tu poi hai accennato, molto genericamente, sorvolando, alla presenza ai lavori congressuali anche di “alcuni” delegati della Cisl. Se ci dici per favore chi sono, sarebbe meglio perché a noi risulta che qui della Cisl non c’è nessuno per una precisa scelta, in segno di protesta, di quell’organizzazione. L’altra faccia del problema è il conflitto d’interessi. Conflitto d’interessi del sindacato e dentro il sindacato, nella contrattazione con gli editori di carta stampata, gli unici titolati a sedersi al tavolo delle contrattazioni. E’ un tema difficile, spiacevole. Ma che come opposizione non possiamo esimerci dall’affrontare. Con una premessa più che doverosa. Non è una questione personale. Qui non è in discussione l’onestà personale di nessuno. Sono in discussione errori, voluti e ripetuti, una strategia sbagliata e sballata. Il gruppo Repubblica-L’Espresso è quello che ha beneficiato del più alto numero di prepensionamenti. Non so se in proporzione al corpo redazionale ma ha sicuramente il numero più alto di colleghi espulsi dalle redazioni: 82 a Repubblica, e 8-9 all’Espresso. Espulsi - con i prepensionamenti come accade in tutti i gruppi editoriali - grazie all’applicazione del nuovo contratto e il conseguente ricorso a “stati di crisi” che sono solo ipotetici (basta che si ipotizzino delle perdite). Con l’avallo del governo Berlusconi? Sì, visto che gli stati di crisi si aprono con decreto del ministero, diciamolo tranquillamente. 90 prepensionamenti corrispondono a un risparmio per l’editore di circa 60 milioni di euro: sono calcoli fatti dai colleghi di Repubblica non da noi. Enfaticamente forse, lo abbiamo definito un “regalo” da 60 milioni a De Benedetti. Sulla pelle dei colleghi. Può darsi che tutto questo fosse inevitabile. Può darsi che questa vicenda dei prepensionamenti sia il male minore. Non lo so. Ma se questo “risparmio” è la conseguenza diretta dell’applicazione di un contratto firmato dal segretario del sindacato unico dei giornalisti, che è anche dipendente di quel gruppo, esiste un problema? A nostro avviso sì, e grosso come una casa. Vedi, Siddi, a mio avviso hai fatto un solo errore. Non ti chiedo se quando hai firmato il contratto nazionale sapevi che poi l’applicazione avrebbe comportato questo – diciamo – “risparmio” per il tuo datore di lavoro. Certo non ce l’hai detto quando ci hai spiegato il contratto rispetto al quale siamo sempre stati contrari, prima durante e dopo. Ma non è questo il punto. Un attimo dopo aver firmato quel contratto avresti dovuto rassegnare le dimissioni. Magari per vedertele respingere, da Autonomia e solidarietà e dalle altre componenti della maggioranza che hanno condiviso questo pasticcio. Ed è per questo motivo che, pur con tutta la stima sul piano personale, il riconoscimento delle tue capacità e del lavoro che hai svolto, secondo noi è inopportuno un tuo nuovo mandato alla segreteria. Quando nella foga un po’ demagogicamente rimproveriamo al sindacato di fare politica diciamo un po’ una sciocchezza. Tutto è politica. Anche quando facciamo l’amore facciamo politica… Lo dico anche perché è stato il segretario ad evocare un “sindacato dell’amore”, con uno spunto berlusconiano. Il punto è: a favore di chi lo fai? Se lo fai per fare stare bene il nostro compagno/la nostra compagna e te stesso, va bene. Ma se lo fai per far star bene dei terzi, c’è da cominciare a preoccuparsi… Ecco, per avere idea di cosa stiamo parlando, i colleghi espulsi con i prepensionamenti in tutti i gruppi editoriali sono stati finora, secondo la relazione del segretario Franco Siddi, quasi 1.000. E’ facile fare i conti. Ripeto, non li abbiamo fatti noi, li hanno fatti i colleghi di Repubblica (quelli cacciati dalla redazione). Ogni collega tagliato vale 600 mila euro, stima per difetto. Quindi il “risparmio” offerto agli editori dal nuovo contratto finora è quantificabile intorno ai 600 milioni di euro. A regime i prepensionamenti saranno 1.500. E’ facile fare il totale. L’aumento in busta paga per un redattore ordinario, dopo 8 anni di attesa del nuovo contratto, è stato l’equivalente di un caffè in più al giorno. Se poi vogliamo parlare di cose più alte: quante nuove qualifiche (redattore senior ecc.), di quelle inventate nel nuovo contratto – praticamente l’unica contropartita che avete ottenuto – sono effettivamente state fatte dai direttori? Io credo nemmeno una, ma sono pronto a smentirmi. La cosa più drammaticamente “buffa” è che lo avete chiamato “patto generazionale”. Quello che è accaduto è esattamente il contrario. Nelle redazioni avete scatenato la guerra fra generazioni. Andate a vedere cosa succede quando un collega o un gruppo di colleghi sta per andare in prepensionamento. Ogni concetto di solidarietà salta. Si scatenano gli appetiti dei più giovani che vedono l’occasione per fare carriera o semplicemente per avere un contratto. Avete fatto di più. Siete riusciti a “spalmare” il precariato dalla fase d’ingresso alla professione – ormai lunga, lunghissima, per molti giovani colleghi drammaticamente infinita - alla fase di uscita, sui cinquanta-sessantenni, quando davanti non hai più una vita professionale. Quanto segue me lo hanno raccontato i colleghi del Messaggero. In prepensione molti vanno con la pensione minima, 2.200-2.300 euro. Ma non si smette di lavorare, perché esci con un “contrattino”. Un co.co.co. da precario, da mille euro lordi al mese. Vi faccio un esempio. Una collega che da 30 anni fa la corrispondente da New York – quindi con un altissimo livello di competenza - è stata messa in prepensionamento, con il suo co.co.co. Cioè continua a fare quello che faceva prima - anche perché ha il “vizio” di dover campare - per mille euro lordi al mese. Vi faccio un altro esempio. Un collega giovane è stato assunto all’ufficio di corrispondenza dell’Ansa in una grande capitale estera – quindi parliamo di un profilo professionale al top – a 500 euro al mese. Altro che lotta alla precarietà!? “Facciamo una grande giornata di mobilitazione contro la precarietà”, è un’ottima idea presidente Natale: ma poi finita la grande giornata che facciamo? L’attività di un sindacato è molto complicata, complessa. Ma c’è un criterio molto semplice per non perdere la bussola: un sindacato degno di questo nome dovrebbe – molto terra terra – come prima cosa cercare di far stare meglio, un po’ meglio, i propri iscritti. Per capire basta rispondere a questa domanda: la Fnsi negli ultimi 20 anni ha fatto stare “un po’ meglio” i propri iscritti? Datevi la risposta senza paraocchi e credo che avremmo qualche indicazione utile. Soprattutto dobbiamo smetterla di raccontarci e raccontare balle. Il conflitto d’interessi del sindacato unico viene da lontano. Alle nostre obiezioni – oltre ad essere definiti “berluscones”, “fascisti” – e a quelle di tantissimi colleghi la risposta è stata ed è sempre la stessa: “18 giornate di sciopero non sono servite niente” in riferimento al mancato contratto del 2003-2004. Forse bisogna cominciare a dire la verità. Una parte della verità la conoscono alcuni di voi seduti a questo tavolo e che eravate nella segreteria al fianco del precedente segretario, Paolo Serventi Longhi. E’ vero, Siddi ha ereditato un’eredità pesante e difficile. La racconto ai colleghi per come mi è stata raccontata da alcuni di voi: se poi avrete la voglia di fare di meglio e raccontarla in prima persona, siete i benvenuti. Quel contratto non fu firmato per una presa di posizione ideologica, contro la legge Biagi che – dicevano ufficialmente segretario e vertici Fnsi – avrebbe aumentato la precarietà; gli editori nella bozza di contratto avevano aggiunto una paginetta che richiamava la legge Biagi. Quando – proprio per le 18 giornate di sciopero - altro che “non sono servite a nulla”! – gli editori si dichiararono disposti a togliere quella paginetta e a firmare l’accordo economico già raggiunto – eravamo in anni di vacche grasse, anzi grassissime – Serventi Longhi non firmò. Fece saltare il tavolo perché non aveva l’unanimità della giunta, cioè non si voleva rompere il fronte compatto con la Cgil contro la Legge Biagi. Così ci siamo giocati il contratto. Sempre di scelta scellerata si tratta ma in nome fin qui – almeno ufficialmente – della solidarietà tra organizzazioni sindacali. L’altra parte delle verità è contenuta in questo libretto, del segretario della Cisl Raffaele Bonanni. Bonanni cita una lettera dal tono ispirato e riservata inviata all’allora ministro del lavoro, Maroni, da Montezemolo, il presidente della Fieg, cioè della nostra controparte. In quella lettera Montezemolo chiedeva al ministro molto semplicemente che la legge Biagi rimanesse lontana dai giornali perché avrebbe comportato la regolarizzazione di 60 mila contratti co.co.co, con il versamento di contributi e oneri vari, e quindi con un costo eccessivo per gli editori. Abbiamo due possibili spiegazioni. Anzi tre. O quella lettera è un falso, o Montezemolo era ubriaco. O ci avete mentito e la Fnsi ha fatto una battaglia non a favore dei giornalisti ma a fianco della Cgil, che per propri rispettabilissimi motivi era ferocemente contro la Biagi, e a favore esattamente della nostra controparte, la Federazione degli editori. Questo non è un plateale, monumentale conflitto di interessi? Le conseguenze di questa linea scellerata si sono riflesse sul contratto che è stato firmato a marzo, in un momento della congiuntura economica sfavorevolissimo, con una categoria in ginocchio, in una vertenza in cui, un giorno sì e l’altro pure, alle obiezioni ci veniva e veniva risposto a tutti i colleghi che “18 giornate di sciopero non erano servite a nulla”. Facciamo una bellissima professione, siamo una grande categoria. Possiamo tornare ad essere un grande sindacato purché si torni a fare il sindacato dei giornalisti. L’unità è un valore importantissimo, ma non è un dogma. Se nasceranno nuove forme di rappresentanza, la responsabilità è di chi continua a pensare che il sindacato sia cosa loro. E ricordatevi, richiamando la relazione del segretario, fare sindacato è come fare l’amore: dipende da chi fai godere…" |
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| Articoli - Sistema delle comunicazioni | |||
| Scritto da Lippi Francesca | |||
| Lunedì 17 Gennaio 2011 16:57 | |||
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