| Papà Multari: “Senza una legge, non resta che farsi giustizia da soli” |
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“Il processo contro l’assassino di nostra figlia inizierà il 5 giugno” mi dice Rosa Multari. Si siede in quarta fila con il marito, alla presenza della Ministra Mara Carfagna, per guardare molto provati e addolorati ma pieni di speranza “La vittima e il carnefice”. Un film che non è un film. Un documentario che non è un documentario. Un’ inchiesta che non è un’ inchiesta. Scene molto forti. Vere. Che lasciano il segno anche a chi per sua fortuna non ha mai conosciuto direttamente questa realtà. Ma chi ha capito realmente il significato di “stalking”? Sicuramente non gli autori del film “La vittima e il carnefice”. O meglio direi, neanche loro.
Un ammasso di pezzi di storia di violenza domestica, nel degrado, nell’alcolismo, nel retaggio mentale, nella disoccupazione di mariti e/o conviventi che sfogano la propria insoddisfazione usando violenza contro le proprie compagne. Ma c’è chi arriva tempestivamente e risolve i problemi. La polizia. Trasformati in angeli custodi, eccoli lì sempre presenti a mettere tutto a posto. La realtà è così? Eppure il film parla soprattutto di due storie vere, una quasi identica a quella della Multari. Ma allora è vero che un vice questore della squadra mobile di Bologna si è praticamente fatto in quattro per proteggere Francesca, ragazza calabrese che vive a Bologna e che tra mille dubbi e incertezze trova il coraggio di denunciare Salvatore, il suo fidanzato aguzzino? Ditemi voi quante denunce su 1.150.000 sporte da donne in Italia per aver subito violenza nel 2006 sono state prese a cuore da polizia, carabinieri, magistrati? Quante di queste donne, (credo la maggior parte), si sono sentite completamente sole e abbandonate dopo essere uscite da un commissariato per avere udito testuali parole: “signora, sono cose che capitano ogni giorno, purtroppo con la denuncia si risolve ben poco o niente”? Ma allora, scusate, c’è qualcosa che non va. Anzi, sono tante le cose che non vanno! Innanzitutto un film che viene fatto per sensibilizzare chi sta ai vertici e avere il più presto possibile una legge per il reato di “stalking” dovrebbe, nel raccontare storie vere, entrare un po’ più a fondo nel problema. Dovrebbe capire e raccontare chi è lo “stalker”, perché diventa tale e come si arriva allo “stalking”. Dovrebbe descrivere realmente e più da vicino cosa prova una donna che dopo tanti sforzi trova il coraggio di denunciare il suo uomo o il suo ex e appena fuori da un commissariato non si sente affatto tutelata, protetta, al sicuro da futuri comportamenti violenti nei suoi confronti. E nel momento in cui dopo diverse denunce, mesi e mesi o addirittura anni di terrore, si arriva come nel caso di Maria Antonietta Multari a mettere i telefoni sotto controllo e a registrare telefonate violenti intercorse tra la coppia, che cosa succede? O meglio: i telefoni non sono affatto messi sotto controllo per le denunce, inascoltate, della povera Maria Antonietta, ma perché Luca Delfino, il suo persecutore, è fortemente sospettato di aver ucciso anche la precedente ex fidanzata. Eppure nonostante questo, nonostante che nelle telefonate in un crescendo di violenza diventi sempre più chiaro che Luca Delfino potrebbe uccidere di nuovo, il magistrato decide di non intervenire e la giovane ragazza viene accoltellata dal suo ex in pieno centro a Sanremo, mentre passeggia con un’amica. E allora, ditelo! Come alla fine del film ha commentato il padre della Multari “se la giustizia funziona così e una legge non c’è, siamo costretti a farci giustizia da soli, con le nostre mani”. La ministra per le pari opportunità, solidale e vicina alla famiglia Multari, ha assicurato e promesso che a breve il problema verrà risolto. Sarà lei in primis a riprendere il disegno di legge che introduce il reato di “stalking”. Il carnefice consapevole di esserlo e il carnefice che invece vuole passare per vittima, non avrà più scampo. |
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| Scritto da Catia Acquesta | |||
| Giovedì 29 Maggio 2008 07:59 | |||
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