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Colpa della politica se lo stalking non è reato

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Non è ancora entrato nel linguaggio comune. La sua percezione è ben lontana dalla cosiddetta emergenza sociale. La bibliografia è scarsa, i media cominciano appena ad affrontare il problema. E' lo stalking, un fenomeno subdolo e minaccioso proprio perché difficilmente individuabile.

Quando diventa reato assurge ai tristi onori della cronaca per le morti che semina. Come è accaduto alla povera Maria Antonietta Multari, uccisa dal suo ex fidanzato, Luca Delfino, il 10 agosto del 2007. La vicenda era iniziata come una ‘classica’ ossessione sessuale. Casi estremi, è vero. Eppur tuttavia, lo ‘stalking’ si sa come comincia, ma non si sa quando e come finisce: troppo spesso con l’uccisione della vittima.

Il termine, di origine anglosassone, indica una serie di atteggiamenti persecutori di un individuo nei confronti di una persona, spesso di sesso opposto. Lo stalker è martellato dall’idea della conquista. Può essere il (la) collega di lavoro, l’ex fidanzato, l’ex coniuge, o più semplicemente un conoscente. Un comune denominatore li lega: un disturbo della personalità che, sommato all’alterazione della psiche, induce lo stalker a gesti coattivi e compulsivi nei confronti della preda.

In Italia – ci riferisce l’Istat - oltre due milioni di donne (18%) ha subito questo genere di violenza che si sviluppa soprattutto per la fine di una relazione. Nel 68% dei casi l’aguzzino è l’ex partner. La persecuzione più diffusa (68, 5%) è quando lui vuole a tutti i costi parlare con lei che invece non ne vuole sapere. Il 61,6% ha chiesto ripetutamente appuntamenti per incontrarla; il 57% l'ha aspettata fuori casa, davanti a scuola o fuori dal lavoro; il 55,4% le ha inviato messaggi, telefonate, email, lettere o regali indesiderati; il 40,8% l'ha seguita o spiata. Vittime possono essere anche uomini e donne che lavorano nelle "helping profession", dagli avvocati agli psicologi, che si trovano molestati dai loro ex clienti, frustrati, insoddisfatti. Una carica di rancore che trasforma la vita del perseguitato in un inferno.

Gli Stati Uniti d’America lo hanno già inserito nel codice penale, così come il Canada, l’Australia, e alcuni Stati dell’Ue. L’Italia? Ancora una volta resta al palo. I motivi di questa arretratezza non sono culturali. Tutt’altro. Nonostante lo stalking non sia entrato nel linguaggio comune, il fenomeno è tenuto sotto costante osservazione. La Polizia di Stato, in collaborazione con i dipartimenti di Psicologia e di Criminologia di alcune università italiane, ha creato addirittura un prontuario, il ‘Silvia’, per individuarne i casi. Ma il problema è politico. Anzi di irresponsabilità politica.

Durante la scorsa legislatura fu presentato un disegno di legge per introdurre nel codice penale il reato di stalking. E l’esame era iniziato sotto i migliori auspici, ‘benedetto’ dalla disponibilità bipartisan di centrodestra e centrosinistra. Il disegno prevedeva la condanna fino a 4 anni di carcere, con la possibilità di aumentare della metà la pena se a commettere il reato fosse l’ex partner. Ma a un certo punto, l’esame si è arenato. I motivi? La lobby dei Grillini..., ovvero dei gay, si è impuntata per inserire nel testo una norma contro l’omofobia. Un principio che, se estremizzato, avrebbe potuto comportare un procedimento penale per chi esprimesse la propria contrarietà all’adozione di bambini da parte di gay. E’ di tutta evidenza che c’è una netta distinzione tra il cosiddetto reato d’opinione, e quello nei confronti della vittima dello stalker, concretamente individuabile con una serie infinita di atti minacciosi reiterati e compulsivi contro la salute fisica, psichica ed emotiva della persona perseguitata fino alla sua distruzione. Il disegno di legge alla fine è saltato.

La Polizia continua a invitare le donne a sporgere denuncia, la magistratura apre fascicoli su fascicoli, senza poter applicare sanzioni adeguate perché il nostro codice penale non identifica il reato di stalking. Storia tutta italiana, si potrebbe dire...

Domani, 5 giugno, si apre l’udienza preliminare contro Luca Delfino, l’assassino di Maria Antonietta, indagato anche per l’omicidio della precedente fidanzata, Luciana Biggi, uccisa nell’aprile del 2006. La giustizia farà il suo corso, lentamente ma, ne siamo certi, la farà. Anche se, per due volte, non è riuscita a fermare in tempo la mano dell’assassino. Personalmente credo che la politica debba dimostrare profondo senso di responsabilità mobilitandosi per dare al provvedimento una rapida approvazione. Per evitare che altre ‘semplici’ vittime perseguitate diventino vittime da ricordare mi impegnerò in prima persona coinvolgendo il Governo, il PdL e il Pd. Lo dobbiamo a Maria Antonietta e a Luciana.

*Ministro delle Politiche Giovanili

 

 

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Articoli - Donna
Mercoledì 04 Giugno 2008 09:55
 
 

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