| Bonnefoy, parola di poeta |
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Il destino a volte riserva sorprese inaspettate, come l’incontro con Yves Bonnefoy. Yves Bonnefoy, è uno dei maggiori poeti europei viventi, nasce a Tours nel 1923. Figlio di un ferroviere e di una maestra elementare, si trasferisce a Parigi nel 1943, dopo aver conseguito la maturità nella sua città natale.
Alla Sorbona dopo la laurea in Matematica si avvicina al gruppo surrealista, fonda la rivista La revoultion de la nuit e pubblica il Traitè du pianiste. Amico di Christian Dutremont, Paul Celan, Gilbert Lely, nel 1948 si laurea in filosofia con una tesi su Baudelaire e Kierkegaard. Compie molti viaggi in Europa, appassionandosi alla produzione artistica italiana. La sua prima raccolta di versi, Du Mouvement et de l'immobilité de Douve, del 1953, è un grande successo di pubblico e critica. Negli anni Sessanta stringe amicizia con diversi intellettuali francesi, con i quali dà vita alla rivista L'Èphémère. Dal 1960 riceve incarichi da diverse università in patria e in Europa, fino a diventare dal 1981 al 1993 professore di "Studi comparati della funzione poetica" al Collège del France. Il 1981 è anche l'anno di pubblicazione del Dictionnaire des mythologies et des religions des socitès traditionelles et du monde antique da lui diretto. Tradotto in decine di lingue, ha ricevuto i più prestigiosi premi lettererari in Francia e all'estero (Prix des Critiques, 1971; Prix Montaigne, 1978; Prix de l'Academie Française, 1981) e in Italia (Premio Balzan, 1995; Premio Flaiano; Premio Grinzane Cavour; Premio Lerici Pea; Premio Gabriele d'Annunzio per la poesia). E' considerato uno dei migliori traduttori di Shakespeare. Nel 2001 L'Università di Roma III gli ha conferito la laurea honoris causa in Lettere, che si aggiunge a riconoscimenti analoghi assegnatogli dall'Università di Chicago, dal Trinity college di Dublino, dall'Università di Edinburgo, dall'America Università di Parigi e dall'Università di Neuchâtel. E sempre a Roma il 10 Novembre ha ritirato il premio internazionale per la poesia "Pier Paolo Pasolini". Una vita, la sua, costellata dalle parole e immersa nella cultura internazionale. Le sue origini semplici, ben identificano l’uomo ma poco si accostano al poeta: ricercato e indagatore, che ha utilizzato la poesia per infrangere le barriere linguistiche. Yves Bonnefoy, ha 85 anni, il suo sguardo però è quello di un giovane che si sa stupire ancora degli eventi del mondo. E con lo stesso sguardo sa portare il suo interlocutore nel mondo dell’incanto e del disincanto. La parola poetica per Yves Bonnefoy, infatti, è un qualcosa che va oltre, che necessita – per essere ben compresa – di sperare le barriere linguistiche, cercando di capire, soprattutto quali sono gli autori che hanno avuto maggiore influenza sulla sua formazione? Ce ne sono stati molti durante il corso della mia vita. E mi accorgo, prendendo in esame la sua domanda, che sono stati autori estremamente diversi, nella misura in cui rispondevano ai miei molteplici bisogni. Per semplificare, diciamo che avevo bisogno di nutrire la mia immaginazione. E da questo punto di vista Jules Verne ha avuto gran peso per me, o Mayne Reid. Ma avevo anche e soprattutto bisogno di poesia, bisogno di padroneggiare la scrittura della poesia e , dall' infanzia ho nutrito parecchie grandi attrazioni. Victor Hugo, sicuramente, ma anche Racine e Alfred de Vigny uno dei più grandi poeti francesi, poco conosciuto oggi. Un po' più tardi durante l'adolescenza, ho scoperto i grandi poeti del periodo moderno, Nerval, Baudelaire, Rimbaud, Mallarmè, sono loro che continuano a nutrire la mia riflessione. Influenzato da loro ho letto i poeti del XX° secolo, Paul Valéry e Apollinaire prima di tutto, poi Breton, Tzara, Eluard, ed infine Pierre Jean Jouve. Devo molto a tutti questi autori, ma soprattutto forse a Baudelaire, è lui che mi ha rivelato fino a che punto la poesia è contraddittoria: una perpetua lacerazione tra il desiderio della bellezza e la preoccupazione della verità. Ma devo molto a qualche poeta della mia generazione, che furono miei amici e con i quali ho collaborato ad una rivista, L'ephémère, che è stata per tutti noi un'esperienza importante. Questi poeti sono soprattutto Paul Celan (il poeta tedesco che viveva a Parigi), Louis - René des Forets, André du Bouchet. Posso aggiungere anche Pierre - Albert Jourdan, ancora oggi quasi sconosciuto. Ma non è tutto. Perché c'è la poesia delle altre lingue, o più precisamente quelle delle lingue che conosco, più o meno bene. E non sono certo state le meno importanti. W.B. Yeats, il poeta irlandese, ha avuto grande importanza per me, così come il vostro Leopardi, una delle grandi voci dell'occidente. E Shakespeare! Ho trascorso la vita con Shakespeare, ne ho tradotto una dozzina di opere e quasi tutte le più importanti, e mi ha fatto riflettere tanto quanto Baudelaire sulla natura essenziale della poesia (da cui è tratto un voluminoso libro di saggi che gli ho dedicato). È tutto? No evidentemente, perché non ci sono solo i poeti. La poesia è un pensiero, riflette sul mondo, ed esige che si leggano i filosofi. Sono stato ben presto attratto da Plotino, da una parte, e dall' altra da Chestov, Kierkegaard, Georges Bataille, Jean Wahl, ossia i maestri del pensiero esistenziale. Ma l'interesse che ho mantenuto per questo pensiero, non mi ha fatto apprezzare Heidegger, tranne che per la sua filosofia iniziale, ed ho provato una profonda avversione nei confronti di Jean - Paul Sartre. Per me non c'è filosofia autentica da parte di qualcuno, come Sartre, che è totalmente estraneo all'esperienza poetica. Mi trovavo molto meglio nella società degli storici delle religioni, che sono stati in Francia nel corso del XX° secolo una delle grandi fonti della riflessione, ed è questo tipo di ricerca e di insegnamento che mi ha condotto, più tardi, ad organizzare il Dizionario delle mitologie. La poesia in relazione alla religione, seguono la stessa via ma la poesia va più lontano. E prima di finire con questa prima domanda, direi che certi autori che maggiormente hanno contato per me non sono stati né filosofi né poeti, ma artisti ed in particolare pittori. Piero della Francesca, Nicolas Poussin, Goya, Giacometti. A proposito di ognuno di questi artisti, ed anche di molti altri, ho scritto dei saggi, perché mi davano l'occasione di riflettere sull'essenza stessa della creazione poetica. Sto per terminare un libro su Goya. Mi dirà che sono molte opere. Ma le risponderò: molte persone, molti amici. Non ho mai considerato questi autori come modelli o dispensatori di ricette, ma come amici ai quali ci si rivolge per chiedere consiglio. Sono stati la mia famiglia. Ed è con questo spirito che è stata concepita un' esposizione al Museo delle Belle Arti di Tours dedicata alla mia ricerca di scrittore. Ho chiesto che fosse intitolata "Consensi e divisioni", ed era costituita dalle opere di questi autori, e dalle loro fotografie. Con Movimento ed immobilità di Douve, Lei, viene riconosciuto come uno dei poeti più interessanti del ‘900. Ma chi è Douve? È mai veramente esistita? O è solo un simbolo? Prima di tutto le dirò che "Douve" non è un essere, ma un libro, il libro che ha per titolo questo nome. La poesia è senza dubbio rivolta verso ciò che è al di fuori, anzi direi che è proprio questa la sua definizione Essa avverte che il nostro discorso è incapace di afferrare il rapporto delle persone nei suoi confronti, la loro esperienza interiore del tempo, del luogo, del caso, ed essa cerca di obbligare le parole a ricordarsi di questo grande "esterno" che le sfugge. Ma per ritrovare questa memoria, le serve affidarsi alle parole così come le vengono, con ricordi dell'infanzia, con intuizioni nate nell' inconscio, e il poema deve dunque essere ciò che oggi si ama di una scrittura, ossia frasi di cui all' inizio non sappiamo la provenienza: è durante il corso del lavoro che prendiamo coscienza di ciò che si nasconde in noi. È stato così per me con il movimento e l'immobilità di Douve. Quando ho iniziato questo libro non sapevo dove andassi, e ancor meno chi fosse Douve. Ma in seguito ho compreso che questo nome proprio, che indicava un essere in possesso di vita e di morte, e che era capace di resurrezione, significava per me la stessa vita delle parole in poesia. Questa vede nella prosa la parola 'morire', ed essa è il luogo della sua resurrezione. E Douve, è dunque la parola della lingua, che bisogna salvare dalla sua morte nel discorso concettuale, ma soprattutto e prima bisogna 'far morire' mostrandole fino a che punto non possa sapere che sia reale se non apprende nel proprio intimo cosa sia la morte o il finire. Douve è un nome che indica la parola ordinaria quando questa accede alla poesia. Esiste un rapporto tra Douve e la Justine di Sade? No, assolutamente. Provo molta ostilità nei confronti di Sade, dal momento che non comprendo le sue immagini di scene crudeli. L'amore non ha nulla a che vedere con la sofferenza inflitta o subita, ancor meno con la morte, è un pensiero di vita. Che cosa è con Sade? Ciò che diventa la sessualità quando è presa nella trappola della morale cristiana e perciò si sente colpevole e resta inibita dalla paura degli altri esseri. Sade è stato molto di moda per un momento in Francia e anche credo in altri paesi d'Europa, ma sono ben consapevole che non ha mai sedotto i miei amici poeti, forse uno solo tra essi, Gilbert Lely, ma solo perché egli respingeva la propria detestazione. La morte è una presenza costante nella sua poesia, lei utilizza spesso il temine morte. Tra le sue parole cito: “nulla esiste se non attraverso la morte”. Penso a Martin Heidegger, Georges Battaile, Pierre Klossowski… Sì, ma non si tratta da parte mia di un interesse per la morte in quanto tale, o per il fatto di morire, si tratta semplicemente di ricordarsene per prendere maggiormente coscienza del valore della vita. E' necessario avere la morte presente nello spirito se si vuole avvertire il valore dei grandi momenti dell' esistenza. E' lì il senso profondo del Carpe diem, che non è un incitamento edonista ma un invito a considerare gli altri esseri, che vedremo solo una volta (come diceva Alfred de Vigny), non come delle cose, ma come presenze. L'esperienza della presenza, che è assolutamente al centro nella mia idea della poesia, è nata da questo pensiero della morte. Lei spesso è intervenuto sul “nuovo bisogno poetico”… Questo nuovo bisogno poetico, è la traduzione. Io penso che la traduzione, o per dirla meglio, l'atto del tradurre, è in quanto tale una situazione poetica, una presa di coscienza della poesia, anche quando non si stia traducendo un poema. Poiché si constata che i concetti della lingua che si parla e quelli della lingua che si traduce non sono gli stessi, anche quando attingono alle stesse realtà della vita e della natura, e si scopre così la relatività delle reti concettuali e si capisce che la realtà è al di là di esse, e questa è esattamente l'esperienza propria della poesia. Dopo di che, tradurre non più il discorso quotidiano della prosa ma dei poemi potrà soltanto nutrire questa scoperta ed incoraggiare il traduttore ad essere a sua volta poeta, perché assisterà nell'opera che sta per tradurre allo sforzo che il suo autore fa per eludere in lui l'impresa dei concetti, per liberarsi da essi, e ciò gli consentirà di prendere coscienza del modo in cui lui stesso è prigioniero delle manovre del pensiero concettuale per impedirgli di accedere alla presenza delle cose. La traduzione mette immediatamente in una situazione di conoscenza di sé accresciuta, un po' come una psicanalisi. Si capisce meglio ciò che fa il pensiero concettuale, ci impedisce con le sue generalizzazioni incessanti, la sua innata astrazione, di incontrare gli altri esseri e le altre cose in quello che io chiamo la loro presenza, sotto il segno del Carpe diem profondo che caratterizza l'intuizione della poesia. La traduzione accresce dunque la percezione della poesia in quanto tale, così come accresce i mezzi poetici del traduttore. Ed è questa la ragione per cui bisogna accordargli una grande importanza in modo particolare oggi che la poesia è in crisi perché il discorso ambientale, dominato da ogni sorta di tecnologia, abitua a vedere in ciò che esiste non delle presenze ma dei semplici oggetti, oggetti per la conoscenza scientifica o per il consumo. La poesia è in crisi e la traduzione può aiutarla a riprendersi. Fortunatamente, in somma, viviamo in un mondo in cui la traduzione è possibile perché ci sono diverse lingue. Ciò che viene definita la catastrofe di Babele, l'apparizione di molteplici lingue al posto della lingua originale, è in effetti la nostra grande chance. Ecco perché ho una buona opinione della traduzione. Non delle traduzioni particolari, quelle che facciamo di questo o quell'altro libro ma dell' atto di tradurre in quanto tale. E nel corso di queste conferenze che tengo a Roma nel quadro di uno scambio tra il Collegio di Francia, a Parigi, e il Consiglio della Ricerca italiano, cerco di comprendere come certi grandi poeti francesi hanno tratto vantaggio dei loro lavori di traduzione. Più esattamente parlo di Baudelaire e di Mallarmé che traducono ognuno per conto suo uno stesso poema di Edgar Allan Poe, The Raven, e riflettono in questa occasione sulla poetica di Poe, cosa che conduce entrambi ad approfondire o ad inventare la loro personale teoria poetica, effettivamente molto diverse tra di loro. Traducono ma traducendo riflettono sulla poesia in alcuni loro poemi, che io presento e studio. |
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