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Intercettazioni: i giornalisti di Lettera22 non scioperano e affermano 2 verità: il ddl non è un bavaglio e il Governo non sa comunicare PDF Stampa E-mail
Comunicati
Giovedì 08 Luglio 2010 21:18

di Paolo Corsini

Diciamolo, una volta per tutte. In modo chiaro e senza fronzoli: il Ddl intercettazioni non è una legge bavaglio. Un bello slogan, sì, quello del bavaglio. Bella anche la coreografia dei post-it, ma almeno noi giornalisti, che dovremmo avere a cuore la verità, la verità dobbiamo dirla.

Quello sulle intercettazioni è un provvedimento che affronta (magari non nel migliore dei modi) un problema reale, concreto, grande come una casa: la libertà di stampa non è la libertà di sputtanamento. 

Di questo infatti stiamo parlando. E’ sacrosanto che l’opinione pubblica sappia  degli scandali Cirio e Parmalat, dei Pd che si “fanno la banca”, dei furbetti del quartierino, che c’è chi ha riso per il terremoto in Abruzzo, delle escort nel torbido affare della Sanità pugliese e quant’altro… ma ecco sorgere spontanee alcune domande: cosa sarebbe cambiato se la gente avesse saputo di questi fatti solo al termine delle indagini preliminari? E cosa sarebbe cambiato se avesse saputo delle indagini in corso da una ricostruzione giornalistica invece che dal virgolettato? Perché questo prevede il Ddl Alfano, cioè che i cronisti potranno raccontare le indagini “per riassunto” e che non possano pubblicare i virgolettati delle intercettazioni fino al termine delle indagini preliminari.

Ma soprattutto chi ha fatto arrivare sul tavolo delle redazioni quelle, proprio quelle e solo quelle intercettazioni? Eh sì perché il rischio neanche troppo velato è che sotto i panni dei paladini della libera informazione facciano capolino gli stracci degli utili idioti, della magistratura politicizzata o di qualche giudice vanesio, fate voi. Questo a meno di non essere parte di una qualche cospirazione con finalità eversive… I giornalisti un ruolo da veri watch dog lo avrebbero solo se in redazione arrivassero tutte (e dico tutte) le intercettazioni e fossero loro a fare la cernita di quali meritano l’attenzione del pubblico e quali no.

C’è poi da ribaltare il concetto che, strumentalmente, viene propagandato nei sit-in di protesta o nelle manifestazioni di piazza da Fnsi, "Popolo Viola", Dipietristi e quant’altri, e cioè che l'ingerenza nelle conversazioni private tra persone sia una questione che riguarda solo chi ha qualcosa da nascondere e non le persone per bene. Non è assolutamente così. Altrimenti non dovrebbe esserci alcun problema nel chiedere di avere le trascrizioni delle conversazioni, che so, di Siddi o Di Pietro e, per carità da giornalista e in scienza e coscienza, stabilire cosa merita l’interesse pubblico e cosa no!

Senza dimenticare inoltre che con i testi delle intercettazioni a chiunque si può far dire tutto, in ossequio al detto del cardinale Richelieu: “datemi sei righe del più onesto degli uomini e troverò un modo per farlo impiccare”. Basta una frase insomma per distruggere una persona. E così è stato per Filippo Pappalardi, scarcerato nell'aprile 2008 dopo quattro mesi di carcere con un'accusa infamante: di essere l'assassino dei suoi figli a Gravina di Puglia. Una frase detta alla convivente catturata da un’intercettazione ambientale diventa la “prova” della sua colpevolezza e rimbalza su tutti i media, poi un altro bambino cade nel pozzo e i fatti lo scagionano. Nessuno gli potrà mai restituire Francesco e Salvatore, ma chi gli restituisce ora la sua dignità calpestata, violata, cancellata?

C’è poi un’altra questione, che dietro l’aspetto un po’ causidico è quanto mai sostanziale. Secondo l’articolo 15 della nostra Costituzione ogni violazione della corrispondenza, oggi diremmo della privacy, è illegale. Solo il magistrato può derogare a questo principio costituzionale ed esclusivamente per un lasso di tempo ben determinato e relativamente a determinati reati. Un principio, quella della libertà individuale di comunicare senza essere spiati vitale per la democrazia. Così vitale che anche da un punto di vista cardinale viene enumerato ben prima di quello della libertà di informazione sancita nell’articolo 21.

Ora, in nome del principio costituzionale della libertà di informare, alcuni (molti?) giornalisti ritengono di avere il diritto/dovere di divulgare i contenuti delle intercettazioni disposte dall’autorità giudiziaria secondo le garanzie prescritte dalla costituzione. Siamo di fronte a due principi costituzionali in conflitto? Direi proprio di no, perché a prevalere dovrebbe essere comunque il principio della segretezza delle comunicazioni. Se infatti è giusto che per accertare reati, in determinati casi, queste vengano sottoposte a controllo è aberrante che le si metta a conoscenza di una massa indeterminata di persone mediante la loro diffusione tramite tv, radio, giornali o web che sia. La Costituzione infatti prevede la violazione della segretezza della corrispondenza solo a favore degli organi giudiziari e a vantaggio della ricerca dei colpevoli di specifici reati, ma in nessun caso per soddisfare il principio assoluto di comunicare qualsiasi cosa. Una prescrizione che ogni buon giornalista, in rispetto di quei principi di verità, ma anche di pertinenza e continenza, dovrebbe tenere a mente prima di scrivere un articolo. E l’Fnsi, invece della protesta sterile e retorica, dovrebbe preoccuparsi che i giornalisti tutelino la dignità delle persone (diritto sancito per altro in un altro articolo dalla Carta costituzionale, il numero 3), quelle innocenti, quelle indiziate (che rimangono innocenti fino al terzo grado di giudizio), ma anche quelle colpevoli, che hanno il diritto al rispetto e alla dignità che spetta a ogni individuo. Il diritto di cronaca ha i suoi limiti nel rispetto della dignità della persona e della verità sostanziale dei fatti.

La pubblicazione delle intercettazioni sic et simpliciter spesso altro non è che una condanna per uno psico-reato, per citare Orwell. Una incivile scorciatoia per punire una persona, magari moralmente riprovevole, ma spesso giuridicamente innocente. La pubblicazione è infatti in sé una condanna definitiva comminata a chi condannato non è, perché nessuna sentenza di assoluzione potrà mai cancellare il giudizio inappellabile dell’opinione pubblica, del vicino di casa, degli amici e dei parenti, della (ex) moglie.

Di vittime di questi linciaggi mediatici ne potremmo citare tanti: l’ex portavoce di Fini, Salvatore Sottile e Vittorio Emanuele di Savoia, intercettati in “vallettopoli”, entrambi assolti per il grosso dei reati imputati ma entrambi irrimediabilmente sputtanati. L’ex d.g. Rai Agostino Saccà, intercettato, sputtanato e poi limpidamente assolto (tanto che ha chiesto un giusto risarcimento per l’inutile esibizione di conversazioni private). L’elenco è lungo. Per questo gli abusi della libertà di stampa non hanno cittadinanza in nessun paese civile dell’Occidete democratico e liberale (e a questo proposito invito a leggere l’illuminante “Nota breve” n. 15 - maggio 2010 a cura del Servizio studi del Senato sulla divulgazione degli atti giudiziari attraverso i mass media in Germania, Francia, Regno Unito, Spagna e Stati Unti).

C’è poi un aspetto politico ed estetico insieme che ci impedisce di aderire a questo sciopero del 9 luglio pena pesanti conati. Primo, il più volte denunciato sfacciato ed esplicito asservimento del sindacato unico dei giornalisti alla Cgil e ad alcune forze politiche dell’opposizione. Secondo, il fatto che per cercare di raggranellare consenso l’Fnsi, da un po’ di anni a questa parte, propone manifestazioni e scioperi omnibus, mettendo insieme di tutto e di più cosicché ognuno possa trovare un buon motivo per aderire: I bavagli, gli immigrati (pardon, migranti), le mafie, gli editori cattivi, i tamburelli, le bandiere arcobaleno e chi più ne ha più ne metta... manca solo di sentire Roberto Natale chiedere la pace nel mondo!

Prima di chiudere un’ultima osservazione a margine: la maggioranza ha perso per l’ennesima volta la battaglia delle parole. E’ clamoroso come il Governo guidato da uno dei più grandi comunicatori degli ultimi trent’anni abbia preso l’ennesimo buco sulla comunicazione. Certo, quando si fa opposizione è più facile dare sfogo alla creatività e trovare argomenti di efficace impatto comunicativo, ma qui è un disastro continuo ed inspiegabile: Il ddl Alfano diventa per il grande pubblico  la “Legge bavaglio”, il Ddl Bondi sugli enti lirici - una norma antisprechi - è noto ai più come il “decreto tagliatutto”… E’ evidente che le accuse rivolte alla maggioranza di controllare l’informazione o sono del tutto false o c’è da chiedersi cosa la controlla a fare.Ma, forse, prima che a cosa non andrebbe pubblicato bisognerebbe pensare a cosa pubblicare.

Detto ciò ho fondato motivo di credere che il ddl sulle intercettazioni sarà rivisto. E questo non tanto per i tatticismi dei finiani, le pagliacciate del popolo viola&c o gli scioperi della Fnsi, quanto per le proteste del Quirinale. Pertanto, per un giudizio definitivo sul provvedimento, sarebbe opportuno attendere di leggere le modifiche che proporrà il Governo e su cui sta lavorando il ministro Alfano.

 
 

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