Home Articoli Lettera22 - Donna Lo stupro di capodanno e il nostro mestiere
Lo stupro di capodanno e il nostro mestiere
Alla Squadra mobile ora parlano con un certo pudore di “policonsumo di stupefacenti”. Quello che è passato come lo “stupro di Capodanno” alla nuova Fiera di Roma durante una festa – il titolo, tutto un programma:  “Amore 09” - ha anche un’altra faccia. Una violenza sessuale anomala, anche se non per questo meno grave. Strafatti tutti e due i protagonisti, tanto per cominciare.

Davide Franceschini, 22 anni, il fornaio di Fiumicino, è stato presentato come il “mostro” reo confesso: 48 ore in carcere e gli erano stati concessi gli arresti domiciliari dal gip, una donna, Marina Finiti, su richiesta del pm Vincenzo Barba. Motivi: niente pericoli di fuga e di inquinamento delle prove e la famiglia rappresenta un valido punto di riferimento. Un provvedimento che diede vita a una marea montante di indignazione. Una “scarcerazione” apparentemente incomprensibile e inaccettabile. E che invece, una volta che si conoscano i particolari della storia, non solo appare comprensibile ma anche un atto di civiltà.

Il violentatore con o senza virgolette adesso è stato ri-arrestato dopo il decreto legge che cancella i domiciliari agli indagati per questo tipo di crimini. Lei, 25 anni, è stata sorpresa l’altro ieri ad acquistare cocaina: quando esplose il caso, prima in tv aveva detto “se i magistrati non fanno quello che devono mi farò giustizia da sola”; poi, richiamata dal suo avvocato, aveva chiesto di essere lasciata in pace e raccontò il suo dramma: “Mi sento gli occhi della gente addosso. Magari non ti giudicano, ma col solo guardarti ti fanno male…”.

Il punto è che in pochi casi come in questo si è tanto parlato, senza conoscere né gli atti né i fatti. La “dimensione emozionale” è stata quella privilegiata e cavalcata. “Da me non sentirete mai una parola di accondiscendenza verso Davide” mette le mani avanti il legale del ragazzo, Francesco Bergamini, che – detto per inciso – nessuno finora ha intervistato: “Ma va ristabilito il contesto che è molto diverso da quello che si è voluto far credere. Con il massimo rispetto per il dolore della parte offesa, nell’ordinanza il giudice scrive che la ragazza ‘aveva ricordi confusi in quanto aveva bevuto parecchio e aveva assunto anche sostanze stupefacenti’”.

Il “contesto” è una festa pubblica sotto l’egida del Comune di Roma, con migliaia di giovani e molta vigilanza, ma dove, volendo, si poteva bere e drogarsi a gogò. Vediamolo, il “contesto”.

Un amico della giovane ricorda che “E. era in evidente stato di alterazione –  è una delle testimonianze riportate a pagina 3 e 4 dell’ordinanza del giudice per le indagini preliminari che concesse gli arresti domiciliari - per i molti alcolici assunti”. Alla festa era arrivata già alticcia, raccontano gli amici, avendo scolato diverse bottigliette di superalcolici nel viaggio dai Castelli alla Fiera. Dopo le 4 e 30 un altro teste la ricorda abbracciata ad un giovane “con i capelli rasati, la teneva per mano, i due inizialmente si scambiavano effusioni”. Chi parla davanti alla polizia si dice certo “che il giovane fosse sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, era come ipnotizzato e anche lei era parecchio ubriaca”. E via così: il ragazzo con i capelli rasati è Davide Franceschini, lo “stupratore”.

Intorno alle 5 e 15 amici della ragazza e testimoni vedono “E. che usciva dall’area laterale sempre abbracciata al ragazzo, entrambi barcollando, e si dirigevano in corrispondenza del capannone”. Stanno andando verso i bagni chimici, all’interno di uno dei quali avverrà il fattaccio.

Nessuno però si preoccupa, in quanto “E. e un altro del gruppo erano soliti appartarsi con persone conosciute da poco” spiega uno di loro.

Circa mezz’ora più tardi la ragazza chiede aiuto. Sconvolta, ha macchie di sangue sui vestiti. La portano all’ospedale San Camillo. In un primo momento agli agenti della Mobile dichiara di essere stata stuprata “da tre ragazzi in pista”, uno dei quali aveva la felpa bianca, mentre altri giovani facevano da scudo. Ma è poco credibile: una violenza sulla pista davanti a migliaia di persone è inverosimile. E’ chiaramente sotto choc. Soprattutto a smentirla sono i suoi amici. Da che cosa nasce questa versione? Uno degli amici “riferiva che durante la notte E. era completamente ubriaca e un gruppo di ragazzi che ballavano vicino a loro ne approfittavano per tirarle i vestiti e strusciarsi”. Era stato con lei “fino alle 4 e 30 ed era intervenuto più volte in sua difesa”.

Sempre nelle prime ore della mattinata - primo gennaio - Davide Franceschini viene fermato per strada da una volante della polizia mentre sta andando a casa, a piedi, dalla Fiera all’Isola Sacra (una quindicina di chilometri). Ha la faccia stralunata. E una felpa bianca. Gli agenti con linguaggio ruvido come avviene in questi casi lo apostrofano: “Non è che alla Fiera te sei fatto ‘na scopata?”. Lui dice che no, ha pomiciato “con una ragazza dei Castelli”. Lo portano in questura e lo “foto-segnalano”. Davide Franceschini, dunque, è tra i sospettati dal primo gennaio. Non c’è bisogno di indagini serratissime.

Il giorno dopo la vittima dà un’altra versione. Un tizio, quello con la felpa bianca, mentre lei stava andando ai bagni l’ha afferrata alle spalle, l’ha scaraventata in una toilette, l’ha picchiata e violentata anche se non sa precisare come. Il 5 gennaio è il momento del riconoscimento: ed è questa una delle fasi salienti. “Ma la ricognizione fotografica dava esito negativo” scrive sempre il gip. E., semplicemente, dice di non riconoscere Davide. O preferisce non riconoscerlo, per evitare di raccontare, di rivivere comunque quell’ incubo, di dare spiegazioni anche – e forse soprattutto – a casa. Ed è tutto molto comprensibile. Molto meno comprensibile è che nessuno che faccia questo mestiere, raccontare i fatti, abbia cercato di ricostruire le cose per come sono andate. 

Dopo 20 giorni dal fatto la polizia a casa del ragazzo sequestra la felpa e gli abiti di quella sera. In questura, davanti al pubblico ministero, lui dà una versione piena di buchi, piange, chiede della mamma.  E’ proprio la pressione dei familiari e in particolare della madre – “sei hai fatto qualcosa di male, lo devi dire” – che il giorno dopo lo spingono ad andare con l’avvocato a Palazzo di giustizia e a confessare.

Ma che cosa confessa? Cosa è successo in quel bagno? Davide dice che erano andati alla toilette di comune accordo per una prestazione sessuale (non un rapporto completo). Impresa rivelatasi impossibile per la defaillance di lui, dovuta alla gran quantità di alcol e coca consumati. Lei lo prende in giro. Lui fa un tentativo per ovviare. Lei lo sfotte peggio. E a quel punto scatta la reazione violenta. La colpisce con dei pugni sul viso, e  con la mano le provoca ferite e lesioni interne nelle – si sarebbe detto una volta – parti intime. Sulla dinamica di quello che, stando al racconto di lui, da gioco erotico si trasforma in incubo l’ordinanza – giustamente - non riporta la versione della ragazza. Altrettanto giustamente, anche il pm non aveva chiesto particolari alla vittima.

Prima domanda. Questo fatto, a parte la coincidenza temporale, ha qualche cosa a che fare con lo stupro di Guidonia, dove quattro romeni hanno sorpreso una coppietta appartata, chiuso lui nel bagaglio dell’auto e violentato a turno e ripetutamente la ragazza (22 anni), o con lo stupro, feroce, selvaggio e con un sottofondo di odio etnico al contrario, consumato da due energumeni su una ragazzina di 14 anni alla Caffarella? La risposta è un doppio no. Ha molto a che fare, a mio avviso, con le notti brave dei nostri figli e delle nostre figlie, o di una fetta massiccia di loro: piene di polvere e alcol e vuote come un deserto di relazioni umane, sotto l’alibi dello status di “single”. Ma su questo non si è speso una parola.     

“Non c’è stato lo stupro come comunemente s’intende ma una violenza grave per la quale il ragazzo pagherà pesantemente” dice l’avvocato Francesco Bergamini: “Il gip e il pm con la concessione dei domiciliari avevano solo applicato la legge. Il mio cliente ha avuto la sfortuna di finire nel tritacarne dei media accomunato alle altre violenze”. Incredibilmente, ma ora è molto meno “incredibile”, anche il legale della ragazza, Fabrizio Federici, ha fatto proprio la stessa linea e l’aveva ripetuto in tutte le occasioni: “Gli arresti domiciliari al Franceschini? Decisione ineccepibile”. Adesso si capisce perché.

La seconda domanda. Se il ragazzo non avesse reso quella si chiama una confessione piena sarebbe mai stato preso? No. La vittima non lo aveva riconosciuto e qui non c’erano esami del Dna a cui votarsi. Giusto dunque tenere conto del suo comportamento nelle indagini in attesa del processo e di una giusta punizione. Soprattutto la gestione del caso da parte del pm, e poi del gip, aveva consentito la tutela del responsabile senza farne un capro espiatorio. E soprattutto la tutela della vittima. Che adesso con l’arresto di lui, i ricorsi al Tribunale del riesame e l’inevitabile pubblicità, non sarà più possibile.

Pierangelo Maurizio

consigliere nazionale della FNSI                   

        
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