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Giornalismo e web, il flop del Pèrigord
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Media e Internet. L’esperimento dei cinque professionisti rinchiusi in una fattoria francese senza tv, agenzie né giornali

Giornalismo e web, il flop del Périgord

Si può usare solo la Rete come fonte degli articoli? No, la verifica è troppo lunga

Molto rumore per nulla. Annunciato da centinaia di siti francofoni come l’eccezionale esperimento in grado di gettare luce sul futuro della professione giornalistica, «Huis Clos Sur le Net» alla fine si è rivelato poco più di un banale reality show online. Cinque radiogiornalisti si sono fatti rinchiudere, dall’1 al 5 febbraio scorso, in una fattoria del Périgord, dove, senza giornali, agenzie, telefono, radio e tv, hanno provato a lavorare utilizzando, unica fonte d’informazioni, Facebook e Twitter. Proibito l’accesso alle pagine web, tranne quelle linkate nei post dei social network.
Risultati? Molte informazioni inedite e interessanti sulla situazione post terremoto ad Haiti, una bufala made in France (il bang di un aereo che ha infranto la barriera del suono si è trasformato in un’esplosione catastrofica), il tutto mescolato in un caotico flusso d’informazioni distorte e «filtrate» dalle reti sociali che ognuno dei cinque protagonisti dell’esperimento si era portato dietro. Valeva la pena di murarsi per una settimana in una fattoria sperduta nella campagna francese per dimostrare:
1) che l’enorme massa di informazioni «amatoriali» che circolano in Rete può episodicamente (non solo per Haiti: basti ricordare lo tsunami asiatico, gli attentati nel metro di Londra e le manifestazioni di protesta in Iran) trasformarsi in una preziosa fonte di notizie, conoscenze e storie per i media tradizionali;
2) che queste perle vanno estratte con un faticoso e paziente lavoro di verifica dalla marea di informazione-spazzatura in cui rischiano di perdersi.
A offrire una risposta meno spettacolare, ma più affidabile, ai dubbi sull'attendibilità dei materiali «autoprodotti» dagli utenti della Rete, provvede una ricerca condotta su un campione di giornalisti americani da due accademici della George Washington University, Cesion e Don Bates.
Il 56% degli intervistati considera importanti i media «sociali» per la produzione dei propri articoli. In particolare, l’89% usa i blog, i due terzi Facebook e simili, la metà Twitter. Gli utenti più assidui del web 2.0 sono i giornalisti online, seguiti a distanza dai redattori dei quotidiani e dei magazine. Come a dire: quanto più veloce il medium, tanto più irrinunciabile l’aggiornamento in tempo reale offerto dalla Rete.
Nemmeno la fretta, tuttavia, fa dimenticare ai giornalisti il fatto che le fonti tradizionali restano le più attendibili (secondo l’84% degli intervistati): sia perché i canali da cui attingono sono più affidabili, sia perché chi ci lavora è portato a verificare le notizie prima di pubblicarle.
In conclusione: cercare storie in Rete è ormai parte integrante della professione giornalistica, ma, in questo caso, il lavoro di scavo e verifica assume un rilievo incomparabilmente maggiore.

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 15 Febbraio 2010 15:05 )
 
 

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